Monotonia

Finalmente anche per questa settimana la sofferenza è terminata”.

Solo pensieri di questo tipo turbinavano nella mia mente dopo la timbratura del cartellino il venerdì pomeriggio.
"Click", da un badge ad una altro, la porta si aprì.

“Proprio me dovevano mandare in questo buco di culo?”

Si era appena concluso il mio quarto mese da trasferito, lontano dalla mia dimora, costretto dall'azienda all'esodo con la scusa del perseguimento di un progetto:

“La sua presenza è fondamentale per portare a termine il progetto strategico per il rilancio aziendale”

disse la carogna delle risorse umane a colloquio. "Sì, come no", pensai io.

“Mi butto in doccia e vado a mangiare un boccone”

Come tirai a me il miscelatore l'acqua mi inondò la testa e lo stesso fecero i dubbi:

“Torno a casa o resto qua? Ma cosa torno a fare? Chissà cosa stanno facendo i miei amici? Si ricorderanno ancora di me?”

Erano ormai parecchie settimane che non rinacasavo.  Ricordo con piacere i miei primi rientri: le accoglienze calorose, le contese per garantirsi la mia presenza a cena, l'assedio di domande manco fossi un vip, un'immotivata e ingiustificata popolarità che mi scaldava il petto. Svanito, tutto questo era lontano, evaporato dai ricordi come le gioccioline di umidità che riposavano sullo specchio ora che venivano scaldate dal tepore del phon. L'apatia trionfò, indossai il pigiama e mi coricai, una rapida occhiata allo smartphone: "nessun messaggio". Sprofondai in una fredda e scura tristezza, poi fu buio. La luce fioca dell'alba arrivò in fretta a disturbare la quiete immota delle palpebre, come un cieco tastai confusamente il comodino fino ad afferrare il libro che dormiva su di esso. Passerò per patetico, ma quelle pagine erano le uniche in grado di donarmi conforto, un conforto di molto superiore a qualsiasi compagnia umana. Per un paio d'ore i pensieri si alienavano dal reale, intenti a vagare nel mondo in stampatello nero di chissà quale autore. Il sole ormai aveva affermato la propria supremazia nel cielo: era giunta l'ora della colazione.

“Una brioches al pistacchio e un caffè per favore”

Il bar era intimo e appartato, il posto perfetto in cui godersi la coccola del sabato mattina in tutta tranquillità.

“Mi potresti dare anche quel dolcetto là”

I postumi del digiuno della sera precedente stavano lasciando il segno. Facilitavo sempre la digestione con una passeggiata al parco, era quasi impossibile anche immaginare che nel mezzo di quella città torva e putrida sorgesse uno scorcio di verde. Industrie spietate rilasciavano sostanze viscide e dense nel cielo, fumi abbracciavano i raggi solari rendoli docili e indifesi, come pargoli assopiti nella culla. Di preciso non ricordo dove andai quel weekend, ma le mie abitudini erano saldamente consolidate: la scelta poteva solo ricadere tra la pizzeria al taglio all'angolo della strada o un'insalatona alla gastronomia vicino al parcheggio. Seduto in una della panchine del parco, in preda ai morsi della fame, trangugiavo bocconi di cibo freneticamente provocandomi svariati affanni respiratori. Percorsi al contrario il tragitto della mattinata, assaporavo la calma del sabato, osservavo il cielo, placido, d'un grigio a tinta unica, tutto era immobile: foglie, rami bloccati nel tempo come fossili. Nel passeggiare le mani nel loro moto ad accompagnare l'opposto arto inferiore tastavano l'aria tiepida di un autunno ancora giovane.

“Finalmente il cancello”

Pensai con sollievo. Ero finalmente giunto alla meta: una cancellata verdastra, mezza scrostata, la ruggine in parecchi punti aveva preso il sopravvento sul colore.
Quella specie di albergo/residence manteneva la sua aria spettrale anche di giorno: appena superata la cancellata si ergeva un vasca circolare adornata di pietre, al centro di essa in passato doveva zampillare una fontana, mi specchiai in quella pozza, l'acqua putrita mista a fango dava al mio viso un'apparenza ancora meno salubre di quanto già non fosse.
Quattro o cinque scalini accompagnavano il passo verso la vetrata scorrevole in cui era racchiusa la reception di quello strano dormitorio. Lo stesso edificio conteneva anche quelche camera che veniva assegnata ai clienti più esigenti, mentre gli altri posti letto erano distributi in casottini prefabbicati ammassati tutto attorno. La mia "stanza" era situata nelle retrovie di questo agglomerato caotico, la zona abitata dai clienti loschi, così da nasconderli agli ospiti pregiati.

“Per favore mi può dare la chiave 117?”

domandai nel modo più cortese che riuscissi alla gentile ragazza agghindata da hostess seduta al di là della scrivania. L'illuminazione era appena sufficiente per evitare di inciampare, ombre corpulente con accenti dell'est accompagnavano sottobraccio prostitute graziose e slanciate nelle loro casette. Fortunatamente condividevo questo travaglio professionale con un collega, ormai diventato anche amico: la condivisione di difficoltà fortifica rapporti e consolida amicizie. Stava parcheggiando l'auto e, come tutti i sabati da qualche mese a questa parte, rientrava dall'aperitivo con la morosa. Lei lo raggiungeva nella periferia in cui ci avevano spedito il sabato mattino per poi rincasare la domenica pomeriggio. Si frequentavano da 6 anni di cui 2 di convivenza ora dovevano vivere questa nuova condizione: separati la settimana e il weekend lei ondeggiava avanti ed indietro, come un'altalena, per ricongiungersi al proprio amato. Il sabato mattina alle 9 spaccate appariva davanti alla cancellata. Fabio, il mio collega, apriva la portella dell'auto grigia metallizzata, i volti si avvicinavano fino a far combaciare le labbra, il rituale terminava con uno schiocco sordo, poi la ragazza innestava la prima per dirigersi al bar del paese vicino. Passeggiata mano nella mano, pranzo, aperitivo: tutto condiviso, la cena invece prevedeva un ospite d'eccezione: il sottoscritto.

“Ciao, come stai? Dove andiamo a cena?”

Mi chiese Sonia con voce squillante. Sembrava sempre felice di vedermi e io non riuscivo a capacitarmi di questa contentezza, forse con la sua gioa voleva compensare il sostegno che offrivo a Fabio per sopportare l'esodo forzato.

“Bene, grazie …. mah… io andrei vicino al parco, stasera ho voglia di farmi una bella mangiata”

Sapevano dei miei digiuni causati dal nervoso e così acconsentivano spesso alle mie scelte.

“Perfetto, anche noi volevamo andare lì!”

Sonia rispose con entusiasmo. Condividevano tutto, dai pensieri alle risposte fino ai beni materiali: una sola auto che utilizzava lei, se Fabio aveva bisogno di un passaggio lo accompagnavo volentieri, acquistare un altra auto per loro sarebbe stato impossibile: lui aveva uno stipendio da misero impiegato operativo lei maestra part-time.

“Dai andiamo!”

Incitai i miei compagni dopo aver piagiato il tasto per l'apertura delle portelle.  Rapido aperitivo con 3 spritz e poi ci accomodammo al solito tavolo nell'angolo della sala. 22:45 appoggiai la tessera magnetica alla porta, dalla compagnia umana passaia alla compagnia fantastica delle pagine. Aprii gli occhi il libro a mo di cuccuzzolo poggiato sul petto, lo chiusi e lo poggia sul comodino, presi lo smartphone e avvia la playlist "soft" e con le mani dietro la nuca rimasi in attesa. Poco dopo un rumore stuzzicò le mie orecchie, inizialmente un rumore flebile, sottile, poi un cadenzato incedere in costante accelerazione gli ultimi colpi conlusivi con una furia bestiale per poi infrangersi nel silenzio. La routine domenicale era appena iniziata: dall'appartamento a fianco sentii l'acqua scorrere:

è ora di prepararsi che tra poco si va a fare colazione”.

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